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Orientamento teorico
e metodologico


Coordinate
La tradizione nel cui ambito l’ICLeS si inscrive e il cui insegnamento raccoglie elabora e dispensa, è quella della psicoanalisi freudiana nella lettura datane da Jacques Lacan, che così ha formulato il compito della sua Scuola:
    deve compiersi un lavoro che, nel campo che Freud ha aperto, restauri il vomere tagliente della sua verità, riconduca la prassi originale che egli ha istituito col nome di psicoanalisi al compito che le tocca nel nostro mondo, che con una critica assidua vi denunci le deviazioni e i compromessi che ne smorzano il progresso degradandone l’uso”.

    Collocandosi sullo sfondo etico, scientifico e istituzionale della Scuola di Lacan[1], l’ICLeS intende mettere in grado coloro che si formano nella clinica psicoanalitica orientata dall’insegnamento lacaniano, di ottenere l’abilitazione all’esercizio dell’attività psicoterapeutica, secondo i requisiti di legge.
   La psicoanalisi, come dottrina e come campo di esperienza, permette al soggetto che vi si è impegnato, attraverso un particolare modo di legame con quel partner che è l’analista, di operare sulla radice inconscia delle sue formazioni sintomatiche, dei suoi modi sintomatici di legame con la realtà. Il trattamento analitico mira a rendere il soggetto capace di modificare il suo rapporto sintomatico con il reale, e quindi -oltre ad avere effetti terapeutici- è già a suo modo formativo, in quanto restituisce capacità perdute del soggetto e ne può attivare di nuove, si configura come un’esperienza di sapere e tende ad una più ampia riformulazione della posizione soggettiva, obiettivo esplicito del metodo analitico (Freud, 1937).
    L’azione di un operatore che abbia affrontato una psicoanalisi personale potrà dunque risultarne a sua volta orientata, dando luogo a trattamenti che saranno resi specifici dalla sua esperienza di psicoanalizzato, restando tuttavia strutturalmente distinguibili dall’esercizio della psicoanalisi come attività professionale dello psicoanalista.

Nota sulla formazione analitica secondo l’insegnamento di Lacan
    J. Lacan situa la formazione all’incrocio di due assi: quello che verte sull’“essere” dello psicoanalista e quello che verte sul suo “sapere”.
La formazione che concerne l’“essere” dello psicoanalista avviene secondo il modello di una psicoanalisi freudiana, e del lavoro di supervisione che ne è un supplemento. Lacan ne ha affidato il compito alla comunità degli analisti, alla loro ‘società’, che egli ha chiamato Scuola (Ecole), distinta da Associazione, proprio per indicarne il valore precipuo di formazione[2].
    La formazione che concerne il “sapere” dello psicoanalista avviene secondo il modello di base di un insegnamento di tipo post-universitario. Ciò significa che, nell’ambito della Scuola di Lacan, alla formazione analitica in senso stretto è affiancato un lavoro di preparazione teorico e clinico, animato dall’insegnamento dei membri della Scuola (effettuato non solo nella lezione frontale, ma anche tramite gruppi di lavoro clinico e cartelli, discussione e presentazione di casi, seminari, corsi di studio, convegni etc.).

L’ICLeS e la formazione
Di conseguenza l’ICLeS ritiene che anche per chi voglia operare come psicoterapeuta secondo l’ orientamento analitico, il fondamento essenziale della formazione sia affrontare la psicoanalisi come esperienza personale, nella sua fondamentale portata didattica e formativa. Ma, mentre la formazione che si ottiene in una psicoanalisi sarà testimoniata alla Scuola, (luogo adeguato ove verificare se sia da ritenersi abbastanza valida da permettere al soggetto che l’ha affrontata di occupare la funzione di psicoanalista), per la formazione a livello del sapere –l’allievo sarà invece tenuto-, sul modello post/universitario di formazione all’esercizio della psicoterapia, a seguire il programma previsto e dovrà dimostrare di poter conseguire -anche a termini di legge- un diploma che sancisca l’avvenuto processo formativo.
    L’ICLeS si propone di fornire e valutare precisamente questo livello, di un insegnamento post-universitario, teorico e pratico (tirocini, tutoring, supervisioni, discussioni di casi, ecc.) nella forma e nelle modalità previste dalla legge per l’abilitazione all’esercizio dell’attività psicoterapeutica. La formazione dell’allievo sarà valutata dall’ICLeS secondo i criteri di norma vigenti, nei modi specificati più avanti.[3]
    Riteniamo dunque che la psicoanalisi personale sia una condizione per la frequenza ai corsi, ma che l’ICLeS debba solo accertare l’esistenza iniziale di questa condizione e al più escludere la presenza di eventuali aspetti di incompatibilità.

L’ICLeS e il movimento psicoanalitico lacaniano
    Come si è visto, l’ICLeS non si pone al livello di una Scuola psicoanalitica, ma ne presuppone l’esistenza, la storia, gli scopi, le tematiche, collocandosi nell’ambito del suo movimento e delle sue complesse vicende. I fondatori dell’ICLeS e la maggior parte dei suoi docenti, italiani e stranieri, sono psicoanalisti che si sono analizzati e formati nella scuola di Lacan e con Lacan, per quasi trent’anni hanno partecipato al suo ambito, hanno tenuto insegnamenti e contribuito alla formazione di altri analisti, hanno ricoperto responsabilità direttive nei vari insiemi che hanno composto la scuola di Lacan.[4]
    Attualmente i docenti delle materie cliniche sono nella maggior parte membri analisti dell’Ecole Europèenne de Psychanalyse e dei Forums du Champ lacanien, nel cui ambito i Collèges Cliniques svolgono attività di formazione concomitanti con l’ICLeS. L’ICLeS è di fondazione recente come iniziativa specifica, ma antiche sono le radici che i suoi fondatori e docenti hanno nella tradizione psicoanalitica lacaniana, e nelle istituzioni che si situano nell’arco del suo movimento.

L’accento specifico dell’ICLeS: il concetto psicoanalitico di legame sociale
    Come s’è detto, l’apporto fondamentale dell’esperienza analitica all’operatore psicoterapeutico, quale che sia il suo specifico campo di intervento, oltre che scientifico è prima di tutto etico: esso infatti riguarda la posizione che l’operatore si trova ad assumere di fronte alla realtà clinica del soggetto e del suo ascolto, soggetto che si presenta non isolato, ma preso nella rete complessa dei suoi legami, di cui tenere conto. Per questo parliamo di orientamento: nella pratica si tratta sempre più di sapere rispetto a quali punti cardinali l’operatore decide la sua posizione e situa il suo intervento nella realtà clinica, e in quale senso, verso dove realmente essa si muove.
    Particolarmente preziosa ci pare oggi questa attenzione all’orientamento, poiché la patologia e la domanda clinica si presentano prevalentemente in nodi sociali e istituzionali complessi, nei quali non è sempre facile per l’operatore distinguere le responsabilità o scegliere a chi rispondere o da che posto rispondere.
     Jacques Lacan, promuovendo la nozione psicoanalitica di “discorso”, per cogliere la varietà dei legami sociali con cui in modi diversi il soggetto umano si lega con altri soggetti, ha predisposto uno strumento prezioso nella teoria analitica per cogliere ed affrontare proprio la dimensione sociale della clinica e le sue incidenze sulle formazioni patologiche attuali.
    Abbiamo chiamato il nostro Istituto “Istituto per la Clinica dei Legami Sociali” per valorizzare al massimo -a partire dal discorso psicoanalitico- l’uso di questo concetto di “legame sociale” valido nell’accostare il reale della clinica del soggetto potendone contemporaneamente leggere la complessità: “legame sociale” infatti non è certo alternativo a “soggetto”. Con “dimensione sociale” non ci riferiamo solo a quegli aspetti complessi della clinica che sono rilevabili anche dalla psicologia sociale, dalla sociologia o dalle scienze dell’amministrazione e del diritto, ma intendiamo la natura più propria dell’operazione della clinica psicoanalitica in quanto tratta realmente del soggetto attraverso la clinica dei suoi legami. Realmente infatti vuol dire: a partire dalla sua fondamentale relazionalità, a partire dai suoi legami in atto, specialmente a livello dell’inconscio (in psicoanalisi il soggetto è il “soggetto dell’inconscio”).      Come la psicoanalisi da Freud in poi ha posto e documentato, il soggetto è infatti questione di legame: le stesse nozioni freudiane di complesso di Edipo, di identificazione, di ideale dell’Io e di super-Io, di desiderio, di traslazione, e anche di pulsione, e specialmente quelle formulate da Lacan di Altro, di simbolico e immaginario, di alienazione e separazione, di godimento, di discorso, dicono che il soggetto e le sue formazioni sintomatiche si decidono a partire dalle vicissitudini dei suoi legami (con l’Altro e gli altri), nella logica di scambio e nelle leggi in cui questi legami si costituiscono.
    I legami sociali (o la loro assenza) fanno parte del reale del soggetto, dunque ciò che la clinica attuale intende appunto trattare. Allo psicoterapeuta immerso nella attualità della clinica, specialmente nelle forme ambigue di domanda che essa rileva, occorre una strumentazione clinica adeguata a lavorare su questo reale.

Una clinica dei legami e delle loro forme
    Anche attraverso l’opera di Lacan, la psicoanalisi ha superato o rese inessenziali certe apparenti antinomie disciplinari, divise tra la considerazione del soggetto come individuo singolo, isolabile e separabile dai suoi legami, o invece all’opposto la prevalenza del contesto sociale, del ‘sistema’ delle sue relazioni, che lo ricomprende, sì, ma oggettivandolo e universalizzandolo, non tenendo conto cioè della sua singolarità. Per la tradizione psicoanalitica, il soggetto -in quanto “parlante”- è originariamente in rapporto con il contesto, con l’ambiente che lo supporta e lo contiene, con l’Altro, come lo definisce J. Lacan: il suo partner è dunque originariamente ‘sociale’, il soggetto è originariamente in rapporto con questo Altro, prima di tutto come Altro materno-familiare, per i discorsi che su di lui vengono formulati prima ancora che nasca, che si tessono intorno a lui, per lui e a lui sono indirizzati, che gli vengono proposti come “rete” che non solo lo avvolge, ma lo implica e lo condiziona nelle sue risposte, risente dei suoi rifiuti, lo stringe nelle sue maglie.
    D’altro canto l’esperienza, sia dell’analisi didattica e di formazione, sia della pratica clinica, ha mostrato che i cambiamenti (culturali, sociali e giuridici) che avvengono attualmente nei discorsi dominanti incidono sui modi e le forme dei legami sociali nei quali il soggetto sorge e si posiziona (in primis quelli familiari e in genere la condizione di bambino), e hanno inciso anche sulle forme cliniche del sintomo, cioè sulle condizioni stesse della patologia e quindi anche sulla possibilità e i modi della sua presa in carico. (Bastino come esempio i mutamenti nella considerazione politica, sociale e giuridica dell’istituto matrimoniale e famigliare, o dei rapporti di parentela e di convivenza, dello statuto di genitore e di figlio, quanto alle condizioni di possibilità e di esercizio dell’auctoritas, della patria potestà, dei modi in cui socialmente si realizza la posizione femminile, che hanno prodotto problemi nuovi (almeno nella fenomenologia), piuttosto che risolvere quelli già noti).[5]
    Queste condizioni ‘nuove’ della civiltà hanno prodotto una serie di problemi ‘nuovi’ nella clinica, e costituiscono oramai il terreno prevalente della pratica che il terapeuta si trova a svolgere. Sono d’altra parte questi problemi che sempre più regolarmente si presentano alla discussione nelle supervisioni di casi clinici e nella casistica più disponibile agli allievi e ai giovani operatori, spesso disorientati proprio da questi mutamenti.[6]     Ciò fa sentire ancora più urgente la necessità che la formazione all’orientamento analitico si misuri direttamente con queste nuove forme sociali della clinica e con le prassi che le sostengono, per far agire più a fondo la peculiarità dell’etica della psicoanalisi nella rete dei differenti legami sociali in cui il soggetto-operatore si trova, per renderne più esplicitamente operative le conseguenze nel modo di trattamento delle situazioni cliniche attuali: tenendo conto e della specificità sociale e culturale di ciascun contesto e della singolarità del soggetto che vi è implicato.
    Come conseguenza dell’esperienza da tempo in atto, ci sembra necessario proporre l’ICLeS, in quanto luogo di studio e di preparazione alla clinica psicoanalitica, direttamente mirato sulle potenzialità che il sapere e la pratica psicoanalitica mettono in gioco nell’intervenire sulle reti dei legami sociali in cui il soggetto è preso: sono queste reti il luogo proprio e imprescindibile per trattare correttamente la <<individualità>> del soggetto. In questo senso sono da noi particolarmente esplorati concetti chiave quali il valore della domanda e la sua portata inconscia, l’attualità dei legami, del contesto simbolico, in cui si esplicita il sintomo del soggetto, la costruzione del sintomo come movimento originale del soggetto nei suoi rapporti con la domanda, l’attualità e l’operatività del transfert che si sviluppa con il partner analitico e, infine, il gioco di questa concettualizzazione della clinica classica nelle cliniche della modernità, cliniche a domanda implicita o assente, rispetto alle quali la nostra strumentazione sull’articolazione tra bisogno-domanda-desiderio si mostra particolarmente efficace.
    L’orientamento teorico e metodologico dell’ICLeS è dunque l’esperienza analitica (nell’elaborazione di Freud e nella lettura di Lacan) giocata in una specificità dell’intervento che tenga conto tecnicamente dei modi e delle forme di legame sociale in cui oggi ciascun soggetto è preso.
    Questo permetterà all’allievo di meglio orientarsi nelle domande più attuali che toccano quegli aspetti estremamente reali della clinica, che non è più -oggi- solo una clinica da divano: clinica che ha a che fare sempre di più anche con domande non dichiarate, spesso mal formulate, domande silenziose, e che quindi tanto più richiedono una adeguata formazione psicoterapeutica per poter essere trattate correttamente, cioè senza che siano trascurate solo perché implicite o ne sia forzata la tipologia clinica in quanto sconnessa dal suo contesto reale.

Nota sulla questione del computo dell’analisi nel monte-ore
    Per gli Istituti ad orientamento analitico costituisce un problema importante e delicato se computare o meno le sedute di analisi personale, richieste dall’iscrizione alla scuola, nel monte-ore richiesto dal regolamento ministeriale degli Istituti.
    E’ un problema vero, e basato sulle migliori ragioni psicoanalitiche. Esigenza fondamentale dell’ICLeS è quella di lasciare intatta la competenza e la libertà dell’analista nel condurre la cura, e di non sottomettere la direzione della cura a richieste o criteri esterni alla sua responsabilità. Senza di ciò il senso dell’analisi personale e la sua portata formativa risulterebbero nulli.
    Riteniamo dunque che sia da evitare ogni computo del tempo effettivo dell’analisi personale nel monte-ore, in quanto questo introdurrebbe, fosse solo per esigenze di controllo e certificazione, una norma esterna all’azione analitica, con tutti i rischi che ne conseguono sul piano del trattamento.
    D’altro canto però riteniamo che non sia ammissibile non richiedere allo Stato che venga riconosciuto -anche in termini quantitativi- l’impegno del lavoro di un’analisi in atto, specialmente quando un Istituto richieda l’analisi personale come condizione per la frequenza. In questo senso ci è sembrato opportuno attribuire -nella domanda fatta a suo tempo al Ministero- un peso orario minimo-convenzionale (50 ore), al lavoro analitico, benchè assai ridotto rispetto al tempo che realmente si impegna in un’analisi. Il Ministero ha respinto questa richiesta, per ragioni di uniformità con gli altri Istituti.
    Nell’adeguarsi all’indicazione ministeriale, l’ICLeS ritiene che questa regolazione -lungi dall’essere questione di tipo normativo-burocratica- tocchi in realtà un punto nevralgico del rapporto tra le psicoterapie e la psicoanalisi: proprio a partire da questa discrepanza, l’ICLeS si impegna -prima di tutto con i suoi allievi- ad attivare la discussione e l’elaborazione di questo tema complesso e di attualità nel campo della psicoanalisi, che va promosso anche e prima di tutto con le altre Scuole dell’orientamento psicoanalitico.
    L’organizzazione del lavoro prevede dunque 500 ore, senza comprenderne alcuna per l’analisi personale.
    Tuttavia questo tema -per l’ICLeS- è da esplicitare come tema non solo organizzativo, ma anzi cruciale nel compito di elaborazione -che riteniamo proprio di una scuola- del rapporto tra forme di legame orientate dal discorso della psicoanalisi, legalità del soggetto nel vincolo statale e nuove forme del disagio della civiltà.

Comitato scientifico e Comitato di Esperti ICLeS

Il Comitato scientifico dell’ICLeS è composto da:

Mario BINASCO Milano-Roma
Pierre BRUNO Toulouse-Paris
Italo CARTA Milano
Vittorio CIGOLI Milano
Cesare CORNAGGIA Milano
Annalisa DAVANZO Venezia
Carmen GALLANO Madrid
Françoise GOROG Paris
M.Teresa MAIOCCHI Milano
Angelo RIGHETTI Parma
Joan SALINAS Barcellona
M. Jean SAURET Toulouse
Eugenia SCABINI Milano
Colette SOLER Paris
Marc STRAUSS Paris



Il Comitato scientifico di tre esperti ai sensi dell’art. 4 comma 2 del regolamento 11 dicembre 1998) da attivare dopo il riconoscimento da parte del Ministero è composto da:
  • Prof. Eugenia SCABINI
    Professore Ordinario di Psicologia sociale della famiglia nella Facoltà di Psicologia, Università Cattolica di Milano (Membro non insegnante nell’ICLeS);
  • Prof. Vittorio CIGOLI - Professore Ordinario di Psicologia Clinica, Facoltà di Psicologia, Università Cattolica di Milano;
  • Prof. Maria Teresa MAIOCCHI - Professore Associato di Psicologia Clinica, Facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica, Milano.

[1] Va qui precisato che l'Istituto ICLES non intende essere una Scuola psicoanalitica (nel senso di Lacan) né una Società analitica (nel senso tradizionale freudiano): il suo scopo si distingue da quello di riunire degli psicoanalisti in una comunità di lavoro e di formazione, come da quello di fondare o attribuire la qualifica di psicoanalista. In quella particolare articolazione del movimento analitico che dal 1964 si muove, pur secondo vicissitudini complesse, nella tradizione aperta dall’Ecole Freudienne de Paris, questi compiti -essenziali per la trasmissione della psicoanalisi e la vita della comunità analitica- spettano alla realtà di una Scuola di psicoanalisi: la Scuola per Lacan, ha come scopo di sviluppare e approfondire la teoria e la pratica della psicoanalisi, di trasmetterne il sapere, di proporlo al controllo e al dibattito scientifico e soprattutto di offrire le basi teoriche e di formazione individuale necessarie per sostenere il compito di psicoanalista e quindi ottenere il riconoscimento della relativa qualifica da parte della comunità analitica. Scuola in questo senso non è quindi solo associazione di psicoanalisti, ma comunità che si prefigge e si dà gli strumenti per rendere permanente tra i suoi membri la formazione individuale, la ricerca scientifica, lo studio teorico e l'applicazione nella pratica clinica. Questi compiti non possono spettare né istituzionalmente né giuridicamente a un Istituto per la formazione alla psicoterapia. Esso si deve piuttosto giovare di una articolazione specifica con una realtà di Scuola, come si vedrà più oltre.

[2] La formazione che la Scuola di Lacan dispensa si attua essenzialmente secondo il modello freudiano. L'asse portante della formazione avviene tramite una psicoanalisi individuale. Tale psicoanalisi deve arrivare a rendere testimonianza di un cambiamento nel soggetto per sostenere un ascolto adeguato capace di interrogare il sintomo e operare sul fantasma. La Scuola esige quindi che per autorizzarsi a essere psicoanalista il candidato si sottoponga a una psicoanalisi personale condotta fino a quel punto di elaborazione che consente di chiamarla didattica. Quest'asse di formazione comporta l'analisi personale, le supervisioni della pratica psicoanalitica e, sebbene non obbligatorio, il dispositivo della passe, come verifica dei risultati del trattamento che includa la testimonianza dell'analizzante. La passe e il "cartello" (lavoro di piccolo gruppo ad ispirazione bioniana) sono due elementi specifici della struttura della formazione per la Scuola.

[3] Per questo non è l’ICLES come Istituto di abilitazione alla psicoterapia ad essere competente sulla valutazione del percorso e formazione analitica: questa resta di competenza delle Scuole analitiche, in particolare di quelle che nell’ambito internazionale del movimento lacaniano praticano la passe. Gli effetti didattici dell’analisi sono infatti valutabili solo nel contesto della Scuola in quanto insieme che sostiene e assume la responsabilità della pratica analitica.

[4] Membri dell’Ecole Freudienne de Paris, dell’Ecole de la Cause Freudienne, dell’Ecole Européenne de Psychanalyse, dell’Association Mondiale de Psychanalyse (AMP), e ora dei Forums du Champ Lacanien.

Inoltre come molti docenti dell’ICLeS, i suoi fondatori sono stati, fin dalla sua fondazione, docenti dell’Istituto Freudiano per la Clinica, la Terapia, la Scienza (riconosciuto con D.M. del 31-12-93) e docenti delle Sezioni Cliniche. Come del resto gran parte dei Docenti Stranieri dell’ICLeS hanno insegnato per decenni nelle Sections Cliniques in Francia, Spagna, Belgio, in Italia. Attualmente insegnano nella rete delle Formations Cli?†††?a???a:niques du Champ lacanien e dei Collèges Cliniques. Il par. VII chiarisce l’articolazione attuale di questa problematica.

[5] Basti pensare a come si modificano per un soggetto le condizioni del trattamento della patologia quando interviene in questo un’istanza dotata di supremazia giuridica, come è il Tribunale, un’istanza che si prefigge di cambiare il quadro dei rapporti giuridici e di convivenza, oppure disponga un obbligo di psicoterapia.

[6] Va anche notato, in riferimento alle Esperienze Pratiche Guidate con gli studenti di Psicologia dell’Università, che il sorgere di queste problematiche nella realtà sociale e istituzionale, tende a far assumere già allo studente, che inizia a prepararsi per intervenire in futuro come psicologo e psicoterapeuta, atteggiamenti che invece di interrogare queste prassi, si conformano all’ideologia “spontanea” che apparentemente le risolve semplicemente non mettendole in questione.